Sabato, 12 Marzo 2022 | Scritto da: didattica

UN CANTO SALVERA’ IL MONDO. 1933 -1953:

LA MUSICA SOPRAVVISSUTA ALLA DEPORTAZIONE”

Quando tutto sembra perduto, quando la bellezza sembra sia svanita per sempre dal mondo, quando sembra impossibile che la luce del sole possa ancora scaldarci… la forza della vita con il suo canto riesce sempre a stupirci. Questo è l’irresistibile richiamo che anima il M° Francesco Lotoro che, da circa trent’anni, restituisce voce, vita e dignità a tante vittime del mondo concentrazionario. Giovedì 24 marzo 2024 è stato presentato in videoconferenza il suo ultimo libro “Un canto salverà il mondo. 1933-1953: la musica sopravvissuta alla deportazione” (Feltrinelli). Ha introdotto l’incontro e dialogato con l’autore Martino Anibaldi, studente di Musicologia presso il Corso di Laurea di Cremona. L’iniziativa è stata promossa da Polo Cittattiva per l’Astigiano e l’ Albese – I.C. di San Damiano, Museo Arti e Mestieri di un Tempo di Cisterna, Israt, Casa della Resistenza e della Deportazione di Vinchio, con Fra Production Spa, Libreria “Il Pellicano” e Aimc di Asti. Come ha sottolineato in apertura Anibaldi, il M° Lotoro è anche pianista e compositore conosciuto a livello internazionale. Il suo instancabile lavoro è iniziato quando, poco più che ventenne, è entrato a contatto con quella che si è rivelata essere la piccola punta di un iceberg: la produzione musicale nata dal 1933 al 1953 nei Lager e nei Gulag. Una ricerca meticolosa che ha toccato città europee e non solo alla ricerca di materiali ma, soprattutto, con speranza di incontrare ancora sopravvissuti capaci di legare quella musica a un nome o a una storia. Ciò che stupisce è che lo stato di prostrazione produceva l’effetto di aumentare la creatività.

Il numero del materiale raccolto” ha detto Lotoro “è enorme. Oggi, anziché per partitute, è stato inventariato per pacchi. Nei prossimi mesi, inoltre, l’archivio diventerà di notevole interesse culturale. La musica raccolta è di diverso tipo: colta, dilettantistica, religiosa, per marionette… La ricerca è al suo giro di boa ma si è ancora lontani dal punto di arrivo. Attualmente si è dato anche l’ avvio ad un progetto internazionale e la Regione Puglia ne ha finanziato uno triennale. Inoltre a Barletta nascerà la Cittadella della Musica concentrazionaria che sarà completata nel 2025. E’ in progetto anche un’enciclopedia. Purtroppo, ancora oggi che sono passati più di settant’anni dalla composizione, ancora molti non conoscono questa musica ed è un vero peccato. Spero che in futuro possa essere eseguita perché è solo in questo modo che la musica vive. Io sto lavorando affinché venga conosciuta. Solo alcuni degli autori riuscirono a sopravvivere e, tra loro, pochissimi ebbero modo di farsi conoscere come artisti dopo questa terribile esperienza. La maggior parte di loro morì e tutti gli altri faticarono a ricostruirsi una carriera o non ci riuscirono mai.

Tra questi, Berto Boccosi che, catturato dagli Alleati dopo la disfatta di El Alamein, finì in campi di prigionia in Nord Africa. Sopravvisse ma molto provato da questa esperienza. Altri riuscirono a salvarsi per morire dopo pochi mesi dalla liberazione. C’è tutta una storia del ‘900 da riscrivere e il mio lavoro è solo una parte. Il libro è la sintesi estrema di tutto ciò e ho dovuto fare scelte dolorose. Lo studio della musica concentrazionaria è il più trasversale perchè coinvolge molti mondi: dal ricercatore al musicista. La ricerca più difficile è quella che riguarda i gulag perché la maggior parte dei documenti sono in lingue cirilliche e anche molto difficili da recuperare”.

Il lavoro da fare è ancora molto e sarebbe stato potuto velocizzarlo con sufficienti finanziamenti. “Volevo far capire di si trattava, nella maggior parte dei casi, di musica del ‘900 di altissimo valore a prescindere senza influenze rispetto alla cattività. In questo senso non c’è bisogno del veicolo storico della Shoah e della guerra perché questa musica risponde solo alla preparazione di chi l’ha scritta. Grazie alla musica, il compositore esorcizza la paura. Non vuole tradurre in arte il dolore perché il musicista tende a sdrammatizzare. È come se il campo avesse moltiplicato all’infinito l’ingegno velocizzandolo perché, nel giro di pochi anni, vengono prodotte migliaia di opere. La mancanza di materia prima (strumenti, spartiti…) non era un problema. Probabilmente non avremmo tutto questo materiale se non fossero scattati dei meccanismi involontari di produzione musicale da un lato ma anche di accettazione di questo fenomeno da parte degli aguzzini perché qualcuno ha fornito questi strumenti ai deportati. Si tratta di fenomeni particolari, paradossi che solo gli psicologi riuscirebbero a spiegare. La musica, però, apriva varchi tra i prigionieri e carcerieri che, a volte, facevano scomparire i reciproci ruoli tanto che, a volte, nelle orchestre potevano suonare anche dei kapò. Ci sono anche numerosi fenomeni di contaminazione, che nella musica è sempre una risorsa, da analizzate. C’è la storia degli uomini che fanno musica dove, in piccola misura, puoi trovare anche l’apporto dei carcerieri. Nei campi, che erano vere e proprie città miniaturizzate (dai più elementari ai più complessi), si costruivano anche strumenti. L’attività musicale arrivava a ritmi frenetici e i componenti chiedevano un miglioramento del trattamento. La musica, però, serviva anche per fenomeni depravati: l’entrata, l’uscita dal campo, le punizioni, le esecuzioni. In questi casi stordiva. Era il primo biglietto da visita di un mondo lunare. Levi stesso la ricordava come una sorta di rumore impossibile da dimenticare. Oggi, vedere in Ucraina gente che canta e suona in mezzo ai bombardamenti fa comprendere meglio anche quello che è successo anche se si tratta di fenomeni diversi. L’unica cosa che ci può dare una risposta a questi fenomeni è l’intelletto. Si potrebbe parlare della Sindrome del Titanic: i sopravvissuti ricordavano l’orchestra che suonava perché, n quei momenti di morte sicura, era importante che qualcuno tenesse alta la dignità. La guerra ha dato voce a questi fenomeni dello spirito che sono antropologici e non eccezionali” ha concluso il M° Lotoro.

La passione, la preparazione, la cura, l’impegno, l’umiltà e, soprattutto, l’umanità… sono solo alcuni dei tratti che si colgono ascoltando le parole di Francesco Lotoro.

L’immenso lavoro profuso in questi anni (e in quelli futuri), ha ridato vita a tanti che sarebbero stati dimenticati, riconsegnando al mondo un meraviglioso patrimonio pieno, in primo luogo, di Bellezza e Arte.

Giovanna Cravanzola

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